Maternità surrogata. Storia

È almeno dal XVIII secolo che la scienza si interessa delle tecniche per risolvere il problema della sterilità di coppia: casi documentati di procreazione assistita si sono verificati già nel XIX secolo, per “esplodere” poi, letteralmente, durante la seconda guerra mondiale, allorquando molti soldati americani al fronte inviarono il proprio sperma alle mogli allo scopo di fecondarle artificialmente.

Parallelamente alla diffusione cominciarono però le critiche, i processi, le proposte di legge per porre un freno a tale pratica. Il progresso, tuttavia, correva più veloce delle polemiche e ben presto la sterilità venne concepita, non più come un segno del destino, ma come una vera e propria patologia.

Contemporaneamente si perfezionarono le tecniche di inseminazione artificiale, le quali giunsero ad un punto tale da rendere possibile l’incontro dei gameti al di fuori del corpo della donna ed il successivo impianto degli embrioni (c.d. FIVET, vale a dire, fertilizzazione in vitro).

L’idea della fertilizzazione in vitro tecnica nacque in Australia nel 1973 dall’esigenza di trovare una soluzione alle forme di infertilità dovute al fattore tubarico ma il primo successo della tecnica si ebbe in Inghilterra ove, nel 1978, proprio grazie alla fecondazione in vitro, venne alla luce Louise Brown, passata alla storia come la prima “bambina in provetta”.

In concreto, la FIVET è un procedimento che si compone di tre fasi essenziali:
-    la prima, di prelievo degli ovuli;
-    la seconda, definita di “capacitazione degli spermatozoi” perché finalizzata a far maturare gli spermatozoi, così da renderli capaci di fertilizzare l’ovulo;
-    l’ultima, di fertilizzazione e di incubazione a trentasette gradi.

Nelle ventiquattro ore successive all’incubazione, il formarsi delle prime divisioni cellulari costituirà l’indizio dell’avvenuta fecondazione.

A tutt’oggi, la fertilizzazione in vitro è parte integrante della medicina della riproduzione ed è proprio l’applicazione di tale procedura a rendere attuabile la c.d. maternità surrogata, metodo di procreazione che si sta diffondendo sempre più in molti Paesi.

Più precisamente, il contratto di maternità surrogata è l’accordo con il quale una donna si impegna (generalmente dietro corrispettivo) ad ospitare nel proprio utero l’embrione di una coppia, al fine di consentirne lo sviluppo ed a riconsegnare, dopo il parto, il neonato alla coppia committente.

La realizzazione di tale accordo, si diceva, presuppone il preventivo ricorso alla procedura di fertilizzazione in vitro: una volta che si realizza la fecondazione, sarà infatti possibile ultimare il processo di riproduzione impiantando - per via trans-cervicale e tramite sottilissimi cateteri - l’embrione della “coppia committente” nell’utero della “madre su commissione”.

In Inghilterra, non solo l'uso di ricorrere al c.d. utero in affitto è legale già da molti anni, ma addirittura esiste una vera e propria organizzazione (c.d. Organizzazione della Speranza) cui possono rivolgersi sia i soggetti con problemi di sterilità che le coppie ritenute troppo vecchie per ottenere un figlio in adozione.

Tale struttura, presieduta da Jayne Frankland, è stata fondata nel 1988 da Gena Dodd (che, grazie ad una maternità surrogata, stava assaporando la gioia di avere finalmente un figlio) e da Kim Cotton (che era stata, nel 1985, la prima donna britannica a dare il proprio utero in affitto) con l’intento di offrire tutto il supporto e l'aiuto necessario a chi decideva di affrontare una scelta così difficile ed estrema, anche attraverso la collaborazione di psicologi e di coppie che avevano vissuto un'esperienza simile.

In Gran Bretagna non sono tuttavia ammessi fini commerciali: in altre parole, il c.d. prestito dell’utero può costituire solo un gesto di altruismo o amicizia, sicchè le madri surrogate possono ricevere soltanto un rimborso spese. Diversamente deve dirsi per l’America, dove si è ormai creato un vero e proprio business lucroso.

A Hollywood, in particolare, questa pratica è diventata una vera e propria moda: così sono infatti nati i figli di Robert De Niro, Dennis Quaid, Angela Basset ed i due gemelli del cantante Ricky Martin.
L’ultima star che ha fatto ricorso ad un utero in affitto è Sarah Jessica Parker, la protagonista di Sex and the City.
In Italia, invece, la questione si pone in termini decisamente diversi ed è molto controversa.

Nel febbraio 2000, la sentenza del magistrato romano Chiara Schettini, che autorizzava una coppia a “noleggiare” l’utero di un’amica di famiglia, ha suscitato un gran clamore ma ha avuto anche il merito di costringere a riflettere su un argomento che in Italia è rimasto un tabù innominabile.

Il caso riguardava un'aspirante madre biologica romana, trentenne, penalizzata da una malformazione all'utero che, pur non impedendole di produrre gli ovociti, non le consentiva però di portare avanti una gravidanza.

La coppia si era rivolta ad un ginecologo (il Dott. Pasquale Bilotta) che li aveva sottoposti ad una fecondazione in provetta ed aveva congelato cinque embrioni in attesa di una "madre surrogata". Tuttavia, una volta trovata una donna - amica dell'aspirante madre - disposta a prestare il proprio utero, il medico si rifiutò di impiantare l’embrione all’interno di tale utero.

Il diniego venne giustificato dal Dott. Bigotta, invocando il divieto di far ricorso alla maternità surrogata sancito dal nuovo codice deontologico dei medici.
La coppia si vide pertanto costretta ad adire l’autorità giudiziaria che autorizzò l’impianto dell’embrione, ponendo alla base del suo provvedimento la considerazione secondo cui “il desiderio della maternità è un diritto e come tale va tutelato”, pur puntualizzando che “il ricorso all’utero di un’altra donna è ammissibile finquando dietro alle buone intenzioni non si nascondano fini di lucro, ma solo amore e disinteresse”.

Ebbene, nonostante l’autorizzazione del giudice, la coppia ha rinunciato a proseguire l'intervento (quantomeno in Italia), non sopportando le incognite sul futuro del bambino.

Questo perché nel nostro Paese manca ancora una legge che regolamenti la materia e, per ora, l’unico testo di riferimento è il codice deontologico dei medici che, all’articolo 42, vieta la fecondazione in un “utero per conto terzi”.
Il Vaticano, invitato e sollecitato ad esprimere il proprio parere sull’argomento, non ha fatto altro che sottolineare la propria contrarietà a tale tipo di fecondazione, ritenendo che il sistema di procreazione assistita non è “naturale” perché non avviene secondo “le leggi immutabili stabilite dal Creatore, con le quali è peccato mortale interferire”.

Eppure, qualcuno si è divertito ad evidenziare come proprio la Genesi narri di un caso di maternità surrogata: il patriarca Abramo ebbe un figlio dalla schiava Agar col pieno consenso della moglie Sara!

Invero, non sembra che possano disapprovarsi in toto quegli orientamenti che, considerando la maternità surrogata un nuovo metodo riproduttivo, alternativo a quello tradizionale, non condividono l’obbligatoria applicazione delle tesi cattoliche all’intera popolazione (e, quindi, anche a quella non cattolica), soprattutto se si considera che il ricorso a tale tecnica rappresenta comunque una libera scelta della coppia.

In ogni caso, allo stato attuale gli orientamenti in materia vengono tratti ricorrendo ad un’interpretazione estensiva o, più spesso, all’analogia degli istituti esistenti, anche se non mancano indirizzi riluttanti ad una regolamentazione legislativa specifica: alcuni, infatti, preferiscono lasciare al giudice la libertà necessaria a contemperare gli interessi del caso concreto così da consentire di tutelare gli aspetti affettivi della vicenda in esame.