Affittasi pance, con il placet dell'Europa ( L`articolo)

La maternità surrogata è utile e fa bene, perciò i Paesi europei dovrebbero legalizzarla. Almeno questo è il pensiero espresso nel «Rapporto per il riconoscimento della maternità surrogata come alternativa alla sterilità» che attende di essere approvato dal Consiglio d’Europa, organismo che raggruppa 46 Paesi europei. In realtà il Rapporto, il cui relatore è il britannico Michael Hancock, è al momento fermo alla Commissione per gli Affari sociali, sanitari e familiari dell’Assemblea parlamentare, che ha spostato il voto da metà settembre al 16 dicembre visto che il suo contenuto ha incontrato diverse resistenze. Questo tempo è dato perciò ai parlamentari della Commissione per proporre emendamenti che permettano di arrivare a un testo condiviso.

Ma scorrendo le oltre 30 pagine della risoluzione si fa fatica a comprendere come semplici emendamenti possano rendere accettabile un documento che ha il chiaro scopo di rendere universale la pratica – il ricorso a una donna esterna alla coppia che presti il suo utero per la gravidanza – oggi accettata soltanto in una minoranza di Paesi.

Il rapporto Hincock parte infatti dalla constatazione che in materia ci sono «disparità» di trattamento nei diversi Paesi europei, cosicché si verifica una sorta di «turismo medico» dai Paesi dove la maternità surrogata è vietata verso quelli in cui è ammessa, oppure – per chi non viaggia – l’ingrossarsi di un mercato clandestino negli stessi Paesi dove vige il divieto. Insomma, è la solita strategia del «regolare per evitare danni peggiori». La cosa curiosa è però che a scorrere il Rapporto, scopriamo che su 46 Paesi facenti parte del Consiglio d’Europa solo 3 hanno leggi che ammettono esplicitamente la maternità surrogata (Gran Bretagna, Russia e Grecia) mentre in altri 5 è tollerata non essendoci legislazione in materia. Ammesso che esista la necessità di armonizzare i diversi Paesi, su quale principio giuridico si basa dunque l’idea di imporre l’esempio di una esigua minoranza?

A leggere gli articoli del Rapporto si ha la sensazione che la risposta degli estensori stia nel fatto che la maternità "in affitto" – a parere di chi ha condotto la ricerca - è vittima di un pregiudizio ideologico ingiustificato e che invece essa sia, a certe condizioni, una cosa non solo legittima ma addirittura buona. Le condizioni sono essenzialmente tre: che sia adottata solo nel caso di infertilità, che sia l’ultima opzione in un cammino di procreazione assistita, che siano rispettati i diritti e gli interessi delle tre parti coinvolte (la coppia, il bambino, la madre surrogata).

Peccato che per dimostrare la bontà di questa scelta il Rapporto si spinga in acrobazie linguistiche e concettuali da lasciare esterrefatti. A cominciare dal tentativo di accreditare la «maternità surrogata» come una forma particolare di adozione: entrambi – si legge – «sono metodi tradizionali per superare l’infertilità e la mortalità materna e infantile». L’adozione, in realtà, è un metodo per dare una famiglia a bambini rimasti soli e non il contrario, mentre affittare un utero è solo espressione di un desiderio fattosi pretesa di rovesciare le leggi della natura.

Già, guai a parlare di «utero in affitto», perché «non è la motivazione economica» a spingere le donne a condurre gravidanze per conto terzi, piuttosto "il desiderio di autorealizzazione e di riconoscimento (...): esse non sono in grado di scoprire una cura per il cancro ma sentono di poter dare il loro miglior contributo al mondo portandovi un’altra vita visto che "fanno bene" la gravidanza» . Ecco: la maternità surrogata sarebbe il massimo della generosità, senza considerare che molte donne «si sentono realizzate nella gravidanza senza necessariamente desiderare di crescere il bambino»

Secondo gli estensori del Rapporto non è un’obiezione alla maternità surrogata neanche la supposta «mercificazione delle donne», in questo caso coloro che vengono «usate» per la gravidanza. Perché finora l’evidenza proverebbe che tra la madre surrogata e la coppia si stabilisce «un rapporto di calore familiare», che continua anche dopo la nascita del bambino: «I genitori integrano la madre surrogata nella loro "storia di famiglia"», vanno con lei alle visite mediche, spesso assistono al parto. Insomma, un quadretto idilliaco. Del resto, «per molte donne la maternità ha a che fare con il legame genetico piuttosto che con la gravidanza (...), ecco perché le madri surrogate non considerano il figlio come il loro» . In pratica in quei nove mesi per il feto l’importante è stare al caldo, poco importa dove: non a caso c’è chi sta già sperimentando l’utero artificiale, una macchina che offrirebbe esattamente lo stesso "servizio" senza dover pagare alcuno. Chissà se questi signori hanno mai letto del dialogo e dello scambio di informazioni e di cellule che si verifica tra madre e feto durante la gestazione; dello sviluppo anche emotivo che si realizza nel bambino durante la gravidanza e di come questo periodo e il rapporto con la madre influenzi il suo futuro di persona? E chissà se tra gli estensori del Rapporto ci sono donne che hanno mai fatto esperienza di una gravidanza?

Quelli citati sono solo esempi di come il Rapporto sia costellato di asserzioni prevalentemente ideologiche, apparentemente ignare di molte acquisizioni scientifiche. Con qualche punta umoristica: come il tentativo di porre le basi della maternità surrogata addirittura nella «legge naturale», per non dire nella «legge divina». Il rapporto Hancock infatti si spinge addirittura nel campo dell’esegesi biblica per sostenere che «il primo riferimento storico alla maternità surrogata lo troviamo nel Vecchio Testamento (Genesi 16 e 30)», ovvero nella storia delle sterili Sara e Rachele che – grazie alle loro serve – possono avere un figlio rispettivamente da Abramo e Giacobbe. In tempi in cui sembra che i vescovi debbano chiedere il permesso a tutti prima di poter parlare, politici e giornalisti sono invece autorizzati alla «giusta interpretazione» della Bibbia... I risultati sono risibili: durante la campagna referendaria sulla legge 40 un settimanale sostenne che anche la nascita di Gesù era in fondo una forma di procreazione artificiale, e ora il Consiglio d’Europa prosegue sulla stessa linea. Ormai gli «esegeti della domenica» impazzano. E il documento del Consiglio d’Europa continua citando – a sproposito – l’antica Roma e l’esempio di tante culture tradizionali africane dove «la genitorialità biologica è de-enfatizzata a vantaggio della genitorialità sociale».

Ecco dunque dove ci vuole davvero condurre il Consiglio d’Europa: cancelliamo questo inutile fardello del rispetto della dignità e dell’inviolabilità della persona, della sacralità della vita; e torniamo al paganesimo potenziato dalle meravigliose possibilità che la tecnologia oggi rende possibili. Non c’è più bisogno di «far giacere» la serva con il proprio marito per avere un figlio, basta soltanto un utero in prestito. Che progresso...